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L’odio non mi ispira nulla, è un sentimento da adolescenti, di chi ha tempo da perdere.» Nicolas Godin degli Air, su “D” di Repubblica di oggi. (Al cui proposito: Lethem, Matteo Pericoli, il tizio delle 2.000 domande… sta ridiventando il migliore magazine italiano?) D
Milano: Naviglio Grande, stamattina, poco dopo aver lasciato la sample sale di Raf Simons con le mani vuote e la malinconica certezza che quell’uomo disegna capi per una specie umanoide con spalle, glutei e persino lunghezza delle braccia diverse da quella cui io appartengo. (Sms consolatorio da East London: «I told you, U R too het to wear Raf Simons»). I puntini bianchi sulle facce nella foto non sono un omaggio a John Baldessari, sono per il rispetto della privacy… RAF SIMONS

Milano: Naviglio Grande, stamattina, poco dopo aver lasciato la sample sale di Raf Simons con le mani vuote e la malinconica certezza che quell’uomo disegna capi per una specie umanoide con spalle, glutei e persino lunghezza delle braccia diverse da quella cui io appartengo. (Sms consolatorio da East London: «I told you, U R too het to wear Raf Simons»). I puntini bianchi sulle facce nella foto non sono un omaggio a John Baldessari, sono per il rispetto della privacy… RAF SIMONS

Great minds think alike… FOXBASE BETA

Great minds think alike… FOXBASE BETA

Di cui al post sotto… MATTE_

Di cui al post sotto… MATTE_

“God Save the Berl.” (ma soprattutto: “There is no future”)

Dicono: ciai un blog, sei coinvolto nella polemica de la semaine, il minimo che puoi fare è prendere posizione. Cheffai, non prendi posizione? “Mah, veramente c’è ben poco da prendere posizione”. Seh, seh: dài. Comincia a battere sui tasti del mac come fosse una Lettera 42 e vedi di prendere posizione.

Cose che ho scoperto nelle ultime 48 ore: la parola “rockstar” ha ancora un certo credito, pure presso gente che pensavo la considerasse un soprammobile, e comunque ci sono casi in cui si è autorizzati a usarla, e altri in cui invece no; i libri si giudicano dalla copertina, ma pure i magazine (e anche i demo dei gruppi che arrivano al giornale, lo confesso); Malcom McLaren e Bill Drummond dei KLF sono oggettivamente molto più fighi di noi, ma il campionato è ancora lungo, e forse per dicembre 2010 possiamo sperare almeno in un secondo posto.

E dunque: qual era, allora, il “vero senso” dell’operazione, quello che evidentemente in molti non hanno capito? Non certo – lo dico tanto per fare chiarezza – cavalcare il fenomeno Berl. per vendere due copie in più. Fermo restando che i giornali si fanno anche per vendere copie, che una copertina a Berl. potesse essere un petit peu controversa lo sapevamo pure noi. Che avrebbe scontentato qualcuno lo immaginavamo. Abbiamo però pure la convinzione di parlare a un pubblico di lettori adulti capaci di fare uno (Berlusconi) + uno (Shepard Fairey, che ha realizzato la copertina, e ha rilasciato al riguardo una dichiarazione di intenti piuttosto bellicosa) per arrivare al senso di quella cover (alcuni spunti: “loro Obama, noi Berl.”; “merda, quell’uomo è talmente dappertutto che è persino su RS!”). Un pubblico di lettori a cui non occorre rispiegare per la n-esima volta la storia dello stall. Mang. e del confl. di inter. perchè ha già metabolizzato la realtà del mondo lì fuori, e insieme al quale provare quindi a leggere il lato grottesco di tutta la faccenda. (Perché è tutta lì, poi, la famosa chiave di lettura: nel grottesco. Non nella provocazione, ma nella constatazione. Questo è il cuore dei cinque pezzi che compongono la cover story, incluso quel passaggio dove Stefano Pistolini fa il volutamente spericolato parallelo: «La sua capitolazione avrà lo stesso fragore mediatico del suicidio di Cobain, del mistero-Brian Jones, dell’addio di Elvis accanto alla tazza del cesso, dello stupore di Lennon un istante prima di essere sparato». Poi, scusatemi, ma basta. ’Sta cosa di spiegare gli articoli mi pare quando Vauro spiega le vignette ad “Anno Zero”, e quando lo pigliano per il culo a “Scorie”).

RS non è entitled a parlare di politica, dice qualcuno. Boh. Lo stretto legame tra politica e rock&roll fa in realtà parte del dna della rivista americana. E anche profondamente. E pure l’edizione italiana, in passato si è occupata fra le varie cose: del mercato globale del narcotraffico (una lunga serie di reportage di Alessandro Scotti, poi diventati un libro), dei paesi delle cosche mafiose sotto processo, del congresso del Pd, del pullman de Veltroni, ovviamente di Bush (in copertina! agosto 2004! la famosa foto “con la motosega”) e di Obama, grazie ai pezzi dell’edizione Usa. Tuttora l’edizione italiana ospita ogni mese una rubrica (firmata Alberto Piccinini) mutuata da quella americana e intitolata “National Affairs”. L’idea è semplice: che c’è un mondo reale attorno ai dischi e ai concerti dei Wilco (con i quali c’era una splendida intervista il numero scorso, ma ovviamente fa più rumore blah blah blah che cento interviste ai Wilco), e le due cose sono molto, molto collegate tra loro.

Ma fin qua siamo nella tipica commedia delle parti all’italiana, per cui se metti in copertina Berl. sei paraculo e/o venduto e/o leccaculo. Ma alla fine lo sei anche se metti Springsteen, o Vasco, o i Depeche Mode. Quindi non se ne esce. Quindi tanto vale, per una volta, metterci Berl., almeno per vedere che succede. E quel che succede è un bel polverone mediatico, un bel merdone, anzi. Il tuo meraviglioso giuocattolo con tanta cura assemblato che finisce sulla copertina dei quotidiani più panciuti e sui tiggì più zero tituli di tutti, rivoltato in guisa di pedalino, con una singola frase estrapolata e messa a dimostrare il contrario di tutto (e sì che, da antico fan di Burroughs, Dedbord e – again – Bill Drummond, lo sapevi che quei cattivacci-acci del mondo reale lì fuori sono soliti prendere, tagliare, cambiare di senso e riconfezionare con molta più libertà e disinibizione di te, ça va sans dire, ma pure di qualsiasi teenager utente di Piratebay). Chi ha sfruttato chi, alla fine della giornata lavorativa? I giornali di destra che per 24 ore hanno cavalcato a uso e consumo della tesi di casa la copertina di una rivista che al suo interno conteneva pagine tutt’altro che inneggianti? RS che venderà (forse, ma ho i miei dubbi) tre copie in più? Chi già schifava RS perché paraculo e/o venduto e/o leccaculo? Il nostro own private Borat di governo, che pare (ma son pettegolezzi sottobanco) già si sia vantato coi ministri suoi di essere “una rockstar”? Chi alle già note diecidomande all’own private Borat medesimo ne aggiungerà ora un’undicesima? (“Si sente più Rod Stewart o più Kurt Cobain?”). Sì, se una cosa si è cavalcata, è il grottesco che caratterizza i nostri tempi. E in questo senso, davvero, il grottesco non è nè di destra nè di sinistra. ROLLING STONE

(E comunque la frase definitiva su tutta la faccenda è quella che stava ieri sul Twitter di Matteo “milnyc“, che riporto qui sopra.)

E ciao ciao pure da Chevy Chase

Cercando senza troppe speranze informazioni su un re-edit di “In America” di Riccardo Cioni D.J.F.T. Band (o più probabilmente un pezzo che lo campiona) sentito ieri sera al compleanno dei 3 Is A Crowd, mi sono imbattuto in un video amatoriale di YouTube – meravigliosamente funereo, tipo certe ricostruzioni degli anni di piombo nei programmi di Minoli – intitolato: “Dj livornesi anni ’80”. Ma quindi c’era una scuola locale pienamente riconosciuta? come quella genovese dei cantautori?!? E comunque: «ciao ciao da Steve Martin». YOUTUBE

Oddio, il fantasma di Nikka Costa che canta “On My Own”!

Ah no, è Likke Li che prova a cimentarsi con “Will You Still Love Me Tomorrow?” delle Shirelles riportandone esiti wannabe-intensi e riwannabe-Fever Ray di grande involontaria comicità, e pretenderebbe pure in cambio la nostra preziosa email, tze. Benedetti giovani, ma quando imparerete. LIKKE LI

M’imbatto nel remix di Morgan Geist del singolo di Scott Hardkiss “Come On, Come On”, fra l’altro piuttosto buono. Colgo l’occasione per googlare il nome del titolare, che è il classico caso di personaggio di secondo piano della cui esistenza sei consapevole, di cui devi pure avere da qualche parte un disco, ma sul cui conto non hai le idee proprio chiarissime. Scopro dal suo MySpace che è di Brooklyn, e il bias per tutto ciò che vien da di là del ponte che mi porto dietro da circa tre mesi (ma di cui intravedo ormai imminente l’irreversibile fine, con successivo ritorno alla centralità di Manhattan se non addirittura al primato culturale e umano di San Fran o, in omaggio allo Zucconi di “D” e all’arte di cavar sangue da un backgarden, persino Washington) già me lo rende simpatico. Poi faccio scorrere la pagina e mi trovo di fronte alla foto di cui sopra, che manco il JTV degli anni più bui, manco Diccei Ancelo, manco quel pappone naturalizzato fichetta di Davidino Guetta. Un burino con la parrucca di Malcolm Gladwell e le scarpe di Prada (che, ti verrà poi in mente, conoscevi per le frequentazioni del giro di Flaming Lips e Dean & Britta, pensa te). SCOTT HARDKISS

M’imbatto nel remix di Morgan Geist del singolo di Scott Hardkiss “Come On, Come On”, fra l’altro piuttosto buono. Colgo l’occasione per googlare il nome del titolare, che è il classico caso di personaggio di secondo piano della cui esistenza sei consapevole, di cui devi pure avere da qualche parte un disco, ma sul cui conto non hai le idee proprio chiarissime. Scopro dal suo MySpace che è di Brooklyn, e il bias per tutto ciò che vien da di là del ponte che mi porto dietro da circa tre mesi (ma di cui intravedo ormai imminente l’irreversibile fine, con successivo ritorno alla centralità di Manhattan se non addirittura al primato culturale e umano di San Fran o, in omaggio allo Zucconi di “D” e all’arte di cavar sangue da un backgarden, persino Washington) già me lo rende simpatico. Poi faccio scorrere la pagina e mi trovo di fronte alla foto di cui sopra, che manco il JTV degli anni più bui, manco Diccei Ancelo, manco quel pappone naturalizzato fichetta di Davidino Guetta. Un burino con la parrucca di Malcolm Gladwell e le scarpe di Prada (che, ti verrà poi in mente, conoscevi per le frequentazioni del giro di Flaming Lips e Dean & Britta, pensa te). SCOTT HARDKISS

Radio edit

Toh: il primo racconto da “L’ultimo scapolo” di Jay McInerney è una versione condensata in 11 pagine di “Le mille luci di New York”, con una giacca («seta cruda al cento per cento, di Paul Stuart») al posto degli occhiali da sole nell’ultima scena. (Cioè: in realtà probabilmente è l’esatto il contrario – il romanzo è blah blah blah di questo racconto di 26 anni fa – ma mi piaceva l’immagine del radio edit applicato alla letteratura. E lasciatemi divertire, su). JAY MCINERNEY

Quando cominciano a criccare quelli della tua generazione

Derek B era un po’ il Dizzee Rascal della fine anniottanta, ed è morto ieri di un attacco di cuore. DEREK B

No, la musica dell’ultimo spot Nokia non è di qualche oscura band svedese. Pure io ci avveo abboccato come un babbeo. Invece, è di un misconosciuto fenomenino neozelandese chiamato Bachelorette. Bah. Già mi piace meno. BACHELORETTE

“A New Chance (Juan Maclean remix)” by The Tough Alliance. Nel poco probabile caso abbiate la pazienza di arrivare fino a tre minuti e 27 secondi (che poi un giorno mi toccherà prendere Juan Maclean da parte, adesso che abbiamo un solo grado di separazione, e spiegargli che la vita è troppo breve e le cose da fare troppe per potersi permettere di tener testa a tutti gli juanmacleanremix più lunghi di otto minuti, ma vabbè), converrete pure voi che il pezzo è senza se e senza ma una specie di cover fatta à la manière de MGMT/Animal Collective di “Saturday Night” di Whigfield. 90s rulez, no? (Peraltro: il pezzo è vecchio di due anni, ma pare che il remix circoli liberamente solo adesso). THE TOUGH ALLIANCE

Oui, l’immense honneur

Per noi che lo consideriamo il nostro Papa laico cascinotto è come la funzione di Pasqua: Fred Ventura posta uno dei suoi (rari) dj set su un blog d’oltralpe: che giustamente lo ripagano annunciandolo con le parole: «il nous fait l’immense honneur de signer, en exclusivité pour Valerie, la playlist d’un mix». VALERIE COLLECTIVE