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Think fast! Fail fast! Fix fast! And if you miss the 1.0 version, go to my former blog


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Dal menestrello di Duluth ai fichetti di Birmingham in una singola, agevole mossa. Tanto per completare la riflessione estetica sulla copertina di “Bob Dylan in the 80s: Volume One” iniziata ieri. E per rimarcare che la paternità, alla fine, è sempre una e una sola: ovvero quel genio che ci colonizzò il senso estetico, e manco visse abbastanza per potersene bullare. (PS: Kavinsky c’è giusto per buon peso). PATRICK NAGEL
Quei bei pomeriggi quando un numero di rollinstò è chiuso, e quello dopo ancora non è arrivato il tempo d’iniziarlo. Quei bei pomeriggi quando i meglio neuroni li spendi a friggere l’aria a maggior gloria di markzuckerberg. Quella spericolata commistione alto/basso nella quale è da una vita che s’intinge il pane. Quel poco (pochissimo, niente) che ci vuole a sentirsi i Sofri/Rocca del Terzo Millennio. INTERNET
Quei bei pomeriggi quando un numero di rollinstò è chiuso, e quello dopo ancora non è arrivato il tempo d’iniziarlo. Quei bei pomeriggi quando i meglio neuroni li spendi a friggere l’aria a maggior gloria di markzuckerberg. Quella spericolata commistione alto/basso nella quale è da una vita che s’intinge il pane. Quel poco (pochissimo, niente) che ci vuole a sentirsi i Sofri/Rocca del Terzo Millennio. INTERNET
Bob, Dylan, Dog. Che si chiuda il cerchio. (E per darvi anche qualcosa da leggere, al link qui di seguito un forbito saggio di Jonathan Lethem in difesa del “Dylan degli anni ’80”). RS

Meno cinque, quattro, tre…

In effetti, contavo i secondi che sarebbero passati prima che il blogfenomeno degli ultimi dieci minuti venisse accusato di tutto il sessismo del mondo. Forse hanno anche ragione, boh. Forse è anche un (piccolo, minuscolo, trascurabile) problema che non esista più la dimensione: “mi faccio una cosa mia in Rete, un tumblr, una cazzata, mi interessa farlo per me e cinque altri miei amici”, ri-boh. (Poi, sì, forse il tumblr è meno naïf di quel che vuol sembrare: parliamone). La polemica l‘ho (semi-)seguita al 90% attraverso i tweet di Maura Johnston (da cui arriva anche il retweet qui sopra), forse un’angolazione troppo parziale. Pare comunque che il vero responsabile di tutti gli sciovinismi musico-critici di ’sto mondo sia “Alta fedeltà” (il film con John Cusack). E sì che, boh. MY HUSBAND’S STUPID RECORD COLLECTION

Tipo quell’installazione in Hangar Bicocca lo scorso anno, quella con il loop infinito di Kurt Cobain “Hello, hello, hello, how low?” a volume da stadio. Quella dove gli stagisti-guardiani duravano un giorno e poi impazzivano

(Trovate di marketing). For more than 20 hours now, San Francisco radio station KVVF 105.7 has been playing one song, and one song only. Starting at 3 p.m. on Friday, the station has devoted all its air time to an endless loop of Nelly’s “Hot in Herre”.

As the loop stretched on into the night, speculation bubbled up on Twitter under the hastag #Nelly1057, with some listeners wondering if the station was experiencing technical trouble, if a DJ had just quit or even if the broadcast had been hijacked. But an answer to the mystery has emerged. (…) The Nelly loop was unleashed to herald a relaunch of the station. Univision-owned Latino Mix 105.7 is switching formats to an English-language contemporary rhythmic brand, Hot 105.7.

This type of publicity move (…) is occasionally put into practice when stations launch or switch formats. In July, a new Toronto radio station, Indie88, tested out its long-dormant FM signal by playing Rick Astley’s “Never Gonna Give You Up” for a full week. RS USA

Sunday morning papers/3. (Luke Bainbridge sulla serata inaugurale di “The Trip” all’Astoria, maggio 1988). The Haçienda’s Mike Pickering, booed off at the same venue six months earlier for playing acid house, couldn’t believe the transformation when he played the Trip’s opening night. “This time the crowd were all in bandanas and smiley T-shirts, trance dancing. I probably played 70-80% of the same records I’d played six months previously and they went mental, as if they’d always loved this music. Bloody cockneys… always late to the party!”. THE OBSERVER
Sunday morning papers/3. (Luke Bainbridge sulla serata inaugurale di “The Trip” all’Astoria, maggio 1988). The Haçienda’s Mike Pickering, booed off at the same venue six months earlier for playing acid house, couldn’t believe the transformation when he played the Trip’s opening night. “This time the crowd were all in bandanas and smiley T-shirts, trance dancing. I probably played 70-80% of the same records I’d played six months previously and they went mental, as if they’d always loved this music. Bloody cockneys… always late to the party!”. THE OBSERVER
Sunday morning papers/2. Come scrivere un pezzo che dice e intrattiene anche quando il tuo “reserved and polite” interlocutore risponde a monosillabi, lezione n° 27,421. Notevole, fra i tanti, il monosillabo sul finale, quando l’intervistatore gli domanda: “E se le chiedessero di girare un reboot di Star Wars?”. L’immagine di Bill Murray col mascherone di Darth Vader sottobraccio non mi abbandona da stamattina: dovrò farmi riformattare il cervello, temo. THE OBSERVER
Sunday morning papers/1. Band le cui interviste sono più interessanti dei dischi che fanno: il caso Elbow. –––– In 2012 Guy Garvey got a phone call from Massive Attack’s 3D, aka Robert Del Naja. «He’s a madman. Whenever I see his name come up on my phone, I end up giggling, in anticipation of having a giggle, so I picked it up and he went, “A’wight?”, and we both started laughing straight away. And when we both stopped laughing he went: “Do you want to write some lyrics for King Kong the musical?”. Which made us laugh even harder». –––– Cioè, dai, pare di vederli, no? THE OBSERVER
Sunday morning papers/1. Band le cui interviste sono più interessanti dei dischi che fanno: il caso Elbow. –––– In 2012 Guy Garvey got a phone call from Massive Attack’s 3D, aka Robert Del Naja. «He’s a madman. Whenever I see his name come up on my phone, I end up giggling, in anticipation of having a giggle, so I picked it up and he went, “A’wight?”, and we both started laughing straight away. And when we both stopped laughing he went: “Do you want to write some lyrics for King Kong the musical?”. Which made us laugh even harder». –––– Cioè, dai, pare di vederli, no? THE OBSERVER

Nei giorni e nelle ore del SXSW

Nei giorni e nelle ore del SXSW si rinnova un’antica tradizione di questo blog: riandare con la memoria a quell’unica volta in cui – coi soldi e la nota spese di Carlo De Benedetti – si partì anche noi alla volta di Austin e si bivaccò lietamente per cinque giorni sulla 6th Ave. Si parla di otto anni fa, ed è strano, ma ne sembrano davvero passati 20 (non c’era praticamente ancora Facebook, giusto per dirne una). Il reportage che se ne tirò fuori, riletto oggi, mioddio: quant’ero giovane, single e arrapato (lo trovate qui, e non occorre neanche leggerlo tutto: vi bastano le prime sei righe, quelle sulla bionda nel taxi). Anche se forse fu più divertente la cronaca che se ne fece giorno per giorno sul blog di allora (qui, qui, qui e qui). Comunque: bando ai rimpianti, perché anche quest’anno come ogni anno grazie ai racconti di Luca de Gennaro è un po’ come essere lì. (“Uguale, guarda. Da faticare a trovare le differenze”). Li trovate sul suo profilo Facebook (che dovrebbe essere aperto anche ai non-amici). Qui, ad esempio, un breve stralcio di ieri sera. LUCA DE GENNARO

Un’ora fa ho incrociato Chris Martin che andava a piedi con un altro tipo verso il teatro dove tra 2 ore suona con i Coldplay. Per strada, tranquillo, in mezzo alla gente che stava andando a far la fila per vederlo. Io ero insieme ad un collega che vive nella sua strada a L.A. Si sono salutati, lui si è fermato, hanno parlato dei rispettivi figli, della scuola, delle cose normali. Un paio di ragazze gli hanno chiesto la foto e lui ha cortesemente risposto “Give me a minute”. Poi ci ha detto: “Venite a vedere il mio concerto?”. Certo che veniamo. Ora non chiedetemi perché non gli ho fatto una foto o una cacchio di selfie. Pareva brutto. Comunque questo andava al suo concerto, a piedi, per strada, senza alcun problema, ed è una delle popstar più famose del mondo. Mi è sembrata una cosa bella, ecco.
Che poi casualmente oggi è proprio lunedì. Il più mirabolante flyer ever, per una serata di qualche settimana fa in Australia. via Iain Bogg. CREME MONDAYS
Che poi casualmente oggi è proprio lunedì. Il più mirabolante flyer ever, per una serata di qualche settimana fa in Australia. via Iain Bogg. CREME MONDAYS
Delroy Edwards, “Untitled 5” (The Death of Rave, 2014). “Combining combustible little noise sessions made with guitar pedals and reel-to-reel tape at Art school, together with shocking recent productions, “Teenage Tapes” LP showcases a lesser-heard aspect of Delroy’s highly aware and divergent tastes owing more to Minimal Wave, Noise, EBM and Black Metal than the Chicago Ghetto-House sound of his releases for L.I.E.S. and his own L.A. Club Resource label. For anyone familiar with his banging, tracky DJ tools, this sound may come as a surprise. However, if you’ve been paying close attention to his DJ sets and mixes, it’s clearly apparent that Delroy’s tastes rove well beyond the scene he’s part of”. (Titolo della pagina spettacoli de “La Repubblica” in un mondo migliore e più giusto: “È un dj l’erede di Maurizio Bianchi/M.B.”). DELROY EDWARDS

Il pistolotto: di che cosa parliamo quando parliamo di stroncature (aka: “La grande bellezza vs. la grande bullezza”)

È successo che un po’ di gente se l’è presa a male col nuovo disco de Le luci della centrale elettrica, “Costellazioni”. Oh, magari è perché quella volta Vasco Brondi, appoggiato al muro, dopo averci parlato con la ragazza di qualcuno ci ha anche provato, e magari pure fatto cose. Isidoro Bianchi c’ha una moglie? Madeddu è fidanzato? (Nota ai lettori avveduti: sì, sono così soddisfatto di questa sagacissima battuta per iniziati da non controllare nemmeno se qualcuno l’abbia già fatta. Sono così soddisfatto che per me questo pezzo potrebbe anche chiudersi qui). Oppure, banalmente, Brondi ha fatto un disco brutto-noioso-fuori fuoco. Io l’ho sentito, mi sembra sincero e pure con un paio di interessanti momenti flamboyant (un po’ meno quando imbocca scorciatoie populistico-generazionali, tipo I Sonic Youth): ma a me Brondi piace quando sembra un gruppo tributo ai CCCP, quindi forse non faccio testo. In realtà la cosa più saggia l’ha scritta Papa Francesco (al netto delle 97.000 battute che gli son servite per arrivare a dirlo) su Bastonate, riguardo il fatto del perché si stronca oggi un disco non-così-diverso dai due che l’avevano preceduto e che invece s’erano incensati e copertinati: “Magari ci tocca accettare che la musica di Le luci della centrale elettrica (…) aveva la data di scadenza corta, e noi a sentirla la prima volta pensavamo di no”.

(Che è successo? È successo che il SIB su “Blow Up” ha detto pressappoco che a Vasco Brondi gli farebbe bene un anno di servizio militare, mentre Madeddu su rollinstò ha scritto sempre pressapoco che Brunori degregoreggia, Dente si crogiola e Brondi vellica il suo target di precari. In maniera un po’ più articolata di questa riga e mezza di sinossi, ovvio. Soprattutto, senza bulleggiare, ma contestualizzando, che è un po’ differente. Contestualizzando rispetto al momento storico, ai chiari di luna, al rapporto tra l’Artista e il suo Utente e relativo perverso legame, al domino sociale innescato dal mancato ricambio della classe dirigente e di come esso arrivi a lambire anche le playlist di Spotify, alla puzza di sudore dal boccaporto e odore di mare morto, a quelle merde dei rapper che però, forse, dai, tutto sommato, in termini di capacità di sintetizzare la realtà circostante… Poi c’è chi dice che contestualizzare non è recensire. Che vi devo dire: peut-être).

Quando si parla di recensioni, a me viene sempre il mente il “Maurizio Costanzo Show”. Il MCS degli anni d’oro, quello che andava in onda quotidianamente in seconda (ma anche terza) serata su Canale 5. Nel MCS di quegli anni c’era una (sorta di) rubrica fissa nella quale due avvocati di grido del giro romano – di uno ricordo anche il nome, Nino Marazzita, l’altro boh – si fronteggiavano su un tema di attualità. La cosa interessante era che il prendere le parti pro o contro l’argomento in questione da parte dell’uno e dell’altro avvocato, era legato al lancio di una moneta a inizio show. Cioè, loro fino al lancio della moneta non sapevano se avrebbero difeso o attaccato la tesi in esame. “Ma guarda”, mi dicevo, bimbo, affascinato dal relativismo delle opinioni oltre che dalla velocità supersonica dell’uno e dell’altro avvocatone nell’adattarsi a difenderle. “Allora è soprattutto questione di retorica. Che grande lezione di vita”.

(Nota a margine: per anni ho sospettato pure che si trattasse di un “falso ricordo”. Pare non sia così. In Rete non ce n’è traccia, ma chiesi conferma al signor MCS una volta che mi capitò di parlarci per dodici secondi, e lui confermò) (Va anche detto che era una situazione caotica, e che forse il signor MCS avrebbe confermato anche se gli avessi chiesto se fosse vero che lui era il capo segreto della mafia. Niente, morirò con questo dubbio). (Il che non vuol dire che non abbia comunque edificato l’intero mio corpus di riflessioni sul tema delle recensioni a partire da questa premessa). (Figurarsi).

Perché si recensisce un disco, nel duemilaequattordici? Una volta (“Rockerilla”, 1984: trent’anni fa giusti) lo si recensiva per far sapere ai bimbi tuoi lettori che era uscito il primo disco di un gruppo chiamato *The Smiths*, in modo che i suddetti bimbi residenti in zone marginali del mercato unico europeo potessero telefonare a Contempo Records a Firenze (pubblicità sulle medesime pagine di “Rockerilla”) e ordinare tutti i 45 giri del mondo. (Doverosa nota a margine: questo peana su Contempo è il pre-sci-so correlativo oggettivo per la mia generazione de I Sonic Youth di Vasco Brondi per la sua: io e Vasco, the same scorciatoia populistico-generazionale, alla fine). In quel tempo il RECENSORE aveva sì una sorta di potere di vita o di morte, e (per quel che possono contare i racconti postumi dei rockerillers conosciuti anni dopo) anche una certa responsabile consapevolezza del proprio ruolo. Questo per dire che, nel mondo moderno in cui le recensioni ti vengono a cercare in guisa di branco di pesci piraña appena apri Facebook, magari al recensore vien da pensare che, essendo lui uno tra i tanti, fatta salva la serietà, la correttezza e la documentazione, non si tratti esattamente di una questione di vita o di morte. È come quel celebre esperimento di psicologia comportamentale: se sei o pensi di essere l’unica persona in un certo luogo, è più facile che tu reagisca attivamente a un grido di aiuto nella notte; se senti urlare e sei in un condominio affollato, statisticamente assumerai che ci penserà qualcun altro.

Nella sovrabbondanza dei giudizi (nella maggior parte non richiesti, ma comunque confluenti pure loro nel Grande Neverending Dibattito su Qualsiasi Tema), il *giudizio* su un disco o un film o un libro è alla fine l’aspetto più relativo e meno rilevante. Come gli avvocatoni del Maurizio Costanzo Show, datemi un qualsiasi disco, ed entro certi limiti ve lo posso stroncare o incensare scrivendo ugualmente un pezzo della madonna e dicendo ugualmente delle cose sensate e (soprattutto) coerenti con quanto penso. È una questione di punto di osservazione. Ad esempio: “Costellazioni”, se lo guardi da lontano vedrai un *giovane* erede mutatis-mutante di De Gregori, parte di una scena di *giovani* eredi ugualmente mutatis-mutanti, con testi molto sinceri che parlano il linguaggio dell’oggi (quindi della precarietà) e alcuni momenti flamboyanti. Se lo guardi da vicinissimo ti accorgerai e giustificherai ogni singola nota e ogni singola parola, probabilmente non ti sarai limitato ad ascoltare il disco – a cui comunque avrai dato un’attenzione superiore a quella che si dà mediamente a un disco nell’esperienza quotidiana di utente di musica – ma ne starai parlando con il diretto interessato in un Q&A che uscirà presto sotto forma di long read su Rockit o su rollinstò online. Se lo vedi da una distanza intermedia – che è poi il caso più diffuso, nella vita come nelle riviste e nei media che bazzichiamo noialtri (lo scenario “da lontano” me lo immagino come la riunione degli autori di Fazio nei mesi che precedono il Festivàl) – sarà Brondi (o chiunque al suo posto) a dover combattere per l’attenzione, a convincerti a preferirlo ai dodici download in simultaneo da New Album Releases, ai sette promo su FatDrop, a dover stare attento a quel cliché che fino a ieri era il suo più potente strumento di marketing, ma che nel giro di una notte si è trasformato in quello che gli inglesi chiamano the albatross around your neck (forse me lo sono sognato, ma credo di aver sentito la frase: “depresso come una canzone di Vasco Brondi” dentro uno degli episodi della webserie “The Pills”). Riesci a importi su questo caos, Vasco? I Cani ci sono riusciti con entrambi i dischi, per dire. Salmo c’è riuscito. James Holden c’è riuscito. Chi ha una “voce” ci riesce. Casomai il problema è che in quattro anni (e due album) ci saremo assuefatti a quella voce, non ci farà più l’effetto che ci ha fatto all’inizio. E qui torniamo all’intuizione di Papa Francesco di cui sopra.

(In termini di Consigli a un giovane giornalista musicale: “Tutti i dischi sono bellissimi, visti da vicino” is the new: “I know you think those guys are your friends. You wanna be a true friend to them? Be honest, and unmerciful” – cfr.)

Sì: in un mondo ideale, ogni recensore dovrebbe esistere solo e unicamente nello scenario del “vicinissimo”. È la ragione per cui i lenzuoloni di 28.000 battute su “Blow Up” ci piaccion tanto. È la ragione per cui ogni tre dibattiti a tema musicale su Facebook, due a un certo punto approdano a: “ma non si parla mai di musica, qui”. È la ragione per cui rollistò italiano vi fa cagare, a voialtri. (Lo so, vi conosco, so dove abitate). Tutto questo forse è vero. Me ne convinco anch’io, alle volte. Poi però penso che la realtà reale in cui viviamo è un’altra, e mi interessa molto di più raccontare e che mi si racconti – tanto per citare sempre loro – quella realtà imperfetta e sbagliata, il bandolo ritrovato in mezzo al caos, l’intuizione sullo scenario compless(iv)o piuttosto che l’esercizio anatomo-patologico stile “Body of Proof”.

Ciò detto, la rubrica che sogno da sempre (e arriverà, quando sarò direttore del supplemento “bipolarismi” di “Riza Psicosomatica”) è quella in cui uno stesso recensore affronta lo stesso disco in due colonne parallele, in una stroncandolo e in una incensandolo. Esercizio di stile, direte. Certo, ma come ci ha insegnato Wes Anderson, stile e sostanza non abitano mai troppo lontani l’uno dall’altra.

(Tutto questo, e anche che in cuor mio auspico un ritorno a una dimensione arcadico-adolescenziale nella quale si ascoltano King Khan & The Shrines o i 6th Borough Project ventinove volte al giorno – tutte contabilizzate dal tool di Spotify su Facebook, tutte giulivamente commentate dagli amisci – e ce ne si frega dei dischi nuovi, e si parla di vascobrondi senza averlo sentito ma sulla base dei peggio stereotipi letti su Noisey, e – fondamentalmente – si fanno altri mestieri che non sono il “critico musicale”)

Ciò detto/2, ricordo perfettamente quanto male ci rimasi per una stroncatura di Mike Oldfield su “Rockstar” (Mike Oldfield: una mia antica mania, don’t ask), e ancor più – sempre su “Rockstar” – per una supponente stroncatura di “The Crackdown” dei Cabaret Voltaire firmata da Roberto D’Agostino. (Qualcuno ha detto Roberto D’Agostino? Oh-la-la). Ma erano, appunto, altri tempi. Credo, almeno. ROLLINSTÒ