
Quel morto del 2012 che – parlo per me, eh – è un po’ come se riassumesse tutti i morti del 2012 (ma pure del 2011, del 2010, del 2009… E anche i vivi, a pensarci bene). La foto qui sopra (rubata dalla homepage temporanea del fan club, nel frattempo è probabile l’abbiano tolta) è meravigliosa come solo certi brevi istanti di crossover tra realtà e fantasia riescono, talvolta, a essere: quando cioè non si preoccupano solo del ristabilire le gerarchie (“io realtà dirigo te, fiction”), ma creano momenti di vera iperrealtà. L’epoca dovrebbe essere i primissimi anni ’70: la circostanza è una pausa nelle riprese del telefilm “Spazio: 1999” (prima serie, quella “vera”: quella pre-Maia, tanto per capirci). I due protagonisti Martin “Biveeeer!” Landau e Barbara Bain – di cui nella foto si apprezza l’espressione rilassata, in contrasto con la maschera di serietà, concentrazione e latente terrore che sfoggiavano invece a telecamere accese – stanno conversando con Gerry Anderson, l’uomo che si è inventato “Spazio: 1999”, e prima ancora “U.F.O.”, e prima prima ancora “Stingrey”, “Thunderbirds”, “Captain Scarlet”, “Joe 90”. Come dire tutta la fantascienza televisiva classica “non-Star Trek” e “non-Doctor Who”. Tutta.
Gerry Anderson è morto il giorno di Santo Stefano: senza tanto clamore, essendo ormai vecchio bacucco e ampiamente in pensione. Ma il suo lascito, in termini di immaginario, è immenso. Smisurato in un modo che – probabilmente – non gli verrà nemmeno mai completamente riconosciuto. Lo so, su questo sono di parte: considero le narrazioni inventate da Anderson la prima e più grande “influenza culturale” della mia esistenza. Prima di “Watchmen”, prima di “Judge Dredd”, prima persino di “Star Wars” e di tutta la visionaria esplosione di dinamismo della prima generazione degli anime giapponesi, prima della scoperta (mia) di “Tommy” degli Who e quindi del rock&roll (e di “Saturday Night Fever”, e quindi delle “canzoni” come possibile sottofondo per vite impossibili), prima dei Kraftwerk in prima serata su Rai1, prima di tutto questo fu Gerry Anderson a colonizzarmi il cervello: il mio, e quello della meglio fetta della mia generazione, quella fetta a cui – come dire – non bastavano più gli indiani & cowboys per incanalare l’aggressività latente e sublimare i conflitti familiari…
Sono di parte, ripeto: ma la quantità di input e rimandi contenuti in una serie come “U.F.O.” (il capolavoro di Anderson) è quasi stordente. Dall’impeccabile estetica swinging London, farina del sacco della prima moglie di Anderson, Sylvia, (nell’episodio “Ordeal” – uno dei migliori della serie – c’è una scena di party che è puro “Blow Up” dove a un certo punto, qui a 3’03”, si sente pure “Get Back” dei Beatles), al lucidissimo design dei veicoli e degli ambienti, fra i più innovativi in campo sci-fi, anche rispetto al tema della “trasformabilità” (è ad esempio risaputo, tra i fan, che la routine di lancio di Goldrake – e in particolare l’accesso di Daisuke al robot – era una deliberata citazione di Go Nagai della procedura di ingresso dei piloti negli Intercettori…). Per finire con il semplice ma sorprendentemente efficace impianto narrativo: in parte allusione alle paranoie da guerra fredda, in parte vulgata freudiana Sixties (le incursioni degli invasori dallo spazio profondo come le pulsioni dell’Es, l’organizzazione paramilitare SHADO come il super-io, il rigidissimo comandante Straker come la vera vittima della modernità che egli incarna e celebra: l’Uomo che è troppo spaventato – dal cambiamento epocale, dalle proprie stesse pulsioni – e dunque è condannato a dibattersi per l’eternità nel conflitto psichico con gli “invasori alieni”. Una missione, questa, che – era uno dei temi ricorrenti della serie – egli vive con una monomaniacalità quasi religiosa).
Oppure ancora con certi altri bizzarri, involontari addentellati di cultura pop: dalle parentele inaspettate (lo sapevate che una delle ragazze di Base luna è la sorella di Nick Drake, vero?) alla sospettissima somiglianza del comandante Straker con il personaggio di Marcello Mastroianni in “La decima vittima” di Elio Petri… Ecco, questa di “La decima vittima” è una delle domande che avrei proprio voluto fare, a Gerry Anderson. Non che non ci abbia provato – anni fa – a mettermi in contatto, ma non se ne fece nulla. Peccato. Lui si è risparmiato mezz’ora di commiserazione per il nerd venuto dall’Italia con troppe domande troppo inquietantemente specifiche; ma io, in realtà, avrei voluto dirgli solo una cosa: “grazie, mr. Anderson”… FANDERSON



