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Quel morto del 2012 che – parlo per me, eh – è un po’ come se riassumesse tutti i morti del 2012 (ma pure del 2011, del 2010, del 2009… E anche i vivi, a pensarci bene). La foto qui sopra (rubata dalla homepage temporanea del fan club, nel frattempo è probabile l’abbiano tolta) è meravigliosa come solo certi brevi istanti di crossover tra realtà e fantasia riescono, talvolta, a essere: quando cioè non si preoccupano solo del ristabilire le gerarchie (“io realtà dirigo te, fiction”), ma creano momenti di vera iperrealtà. L’epoca dovrebbe essere i primissimi anni ’70: la circostanza è una pausa nelle riprese del telefilm “Spazio: 1999” (prima serie, quella “vera”: quella pre-Maia, tanto per capirci). I due protagonisti Martin “Biveeeer!” Landau e Barbara Bain – di cui nella foto si apprezza l’espressione rilassata, in contrasto con la maschera di serietà, concentrazione e latente terrore che sfoggiavano invece a telecamere accese – stanno conversando con Gerry Anderson, l’uomo che si è inventato “Spazio: 1999”, e prima ancora “U.F.O.”, e prima prima ancora “Stingrey”, “Thunderbirds”, “Captain Scarlet”, “Joe 90”. Come dire tutta la fantascienza televisiva classica “non-Star Trek” e “non-Doctor Who”. Tutta.
Gerry Anderson è morto il giorno di Santo Stefano: senza tanto clamore, essendo ormai vecchio bacucco e ampiamente in pensione. Ma il suo lascito, in termini di immaginario, è immenso. Smisurato in un modo che – probabilmente – non gli verrà nemmeno mai completamente riconosciuto. Lo so, su questo sono di parte: considero le narrazioni inventate da Anderson la prima e più grande “influenza culturale” della mia esistenza. Prima di “Watchmen”, prima di “Judge Dredd”, prima persino di “Star Wars” e di tutta la visionaria esplosione di dinamismo della prima generazione degli anime giapponesi, prima della scoperta (mia) di “Tommy” degli Who e quindi del rock&roll (e di “Saturday Night Fever”, e quindi delle “canzoni” come possibile sottofondo per vite impossibili), prima dei Kraftwerk in prima serata su Rai1, prima di tutto questo fu Gerry Anderson a colonizzarmi il cervello: il mio, e quello della meglio fetta della mia generazione, quella fetta a cui – come dire – non bastavano più gli indiani & cowboys per incanalare l’aggressività latente e sublimare i conflitti familiari…
Sono di parte, ripeto: ma la quantità di input e rimandi contenuti in una serie come “U.F.O.” (il capolavoro di Anderson) è quasi stordente. Dall’impeccabile estetica swinging London, farina del sacco della prima moglie di Anderson, Sylvia, (nell’episodio “Ordeal” – uno dei migliori della serie – c’è una scena di party che è puro “Blow Up” dove a un certo punto, qui a 3’03”, si sente pure “Get Back” dei Beatles), al lucidissimo design dei veicoli e degli ambienti, fra i più innovativi in campo sci-fi, anche rispetto al tema della “trasformabilità” (è ad esempio risaputo, tra i fan, che la routine di lancio di Goldrake – e in particolare l’accesso di Daisuke al robot – era una deliberata citazione di Go Nagai della procedura di ingresso dei piloti negli Intercettori…). Per finire con il semplice ma sorprendentemente efficace impianto narrativo: in parte allusione alle paranoie da guerra fredda, in parte vulgata freudiana Sixties (le incursioni degli invasori dallo spazio profondo come le pulsioni dell’Es, l’organizzazione paramilitare SHADO come il super-io, il rigidissimo comandante Straker come la vera vittima della modernità che egli incarna e celebra: l’Uomo che è troppo spaventato – dal cambiamento epocale, dalle proprie stesse pulsioni – e dunque è condannato a dibattersi per l’eternità nel conflitto psichico con gli “invasori alieni”. Una missione, questa, che – era uno dei temi ricorrenti della serie – egli vive con una monomaniacalità quasi religiosa).
Oppure ancora con certi altri bizzarri, involontari addentellati di cultura pop: dalle parentele inaspettate (lo sapevate che una delle ragazze di Base luna è la sorella di Nick Drake, vero?) alla sospettissima somiglianza del comandante Straker con il personaggio di Marcello Mastroianni in “La decima vittima” di Elio Petri… Ecco, questa di “La decima vittima” è una delle domande che avrei proprio voluto fare, a Gerry Anderson. Non che non ci abbia provato – anni fa – a mettermi in contatto, ma non se ne fece nulla. Peccato. Lui si è risparmiato mezz’ora di commiserazione per il nerd venuto dall’Italia con troppe domande troppo inquietantemente specifiche; ma io, in realtà, avrei voluto dirgli solo una cosa: “grazie, mr. Anderson”… FANDERSON

Quel morto del 2012 che – parlo per me, eh – è un po’ come se riassumesse tutti i morti del 2012 (ma pure del 2011, del 2010, del 2009… E anche i vivi, a pensarci bene). La foto qui sopra (rubata dalla homepage temporanea del fan club, nel frattempo è probabile l’abbiano tolta) è meravigliosa come solo certi brevi istanti di crossover tra realtà e fantasia riescono, talvolta, a essere: quando cioè non si preoccupano solo del ristabilire le gerarchie (“io realtà dirigo te, fiction”), ma creano momenti di vera iperrealtà. L’epoca dovrebbe essere i primissimi anni ’70: la circostanza è una pausa nelle riprese del telefilm “Spazio: 1999” (prima serie, quella “vera”: quella pre-Maia, tanto per capirci). I due protagonisti Martin “Biveeeer!” Landau e Barbara Bain – di cui nella foto si apprezza l’espressione rilassata, in contrasto con la maschera di serietà, concentrazione e latente terrore che sfoggiavano invece a telecamere accese – stanno conversando con Gerry Anderson, l’uomo che si è inventato “Spazio: 1999”, e prima ancora “U.F.O.”, e prima prima ancora “Stingrey”, “Thunderbirds”, “Captain Scarlet”, “Joe 90”. Come dire tutta la fantascienza televisiva classica “non-Star Trek” e “non-Doctor Who”. Tutta.

Gerry Anderson è morto il giorno di Santo Stefano: senza tanto clamore, essendo ormai vecchio bacucco e ampiamente in pensione. Ma il suo lascito, in termini di immaginario, è immenso. Smisurato in un modo che – probabilmente – non gli verrà nemmeno mai completamente riconosciuto. Lo so, su questo sono di parte: considero le narrazioni inventate da Anderson la prima e più grande “influenza culturale” della mia esistenza. Prima di “Watchmen”, prima di “Judge Dredd”, prima persino di “Star Wars” e di tutta la visionaria esplosione di dinamismo della prima generazione degli anime giapponesi, prima della scoperta (mia) di “Tommy” degli Who e quindi del rock&roll (e di “Saturday Night Fever”, e quindi delle “canzoni” come possibile sottofondo per vite impossibili), prima dei Kraftwerk in prima serata su Rai1, prima di tutto questo fu Gerry Anderson a colonizzarmi il cervello: il mio, e quello della meglio fetta della mia generazione, quella fetta a cui – come dire – non bastavano più gli indiani & cowboys per incanalare l’aggressività latente e sublimare i conflitti familiari…

Sono di parte, ripeto: ma la quantità di input e rimandi contenuti in una serie come “U.F.O.” (il capolavoro di Anderson) è quasi stordente. Dall’impeccabile estetica swinging London, farina del sacco della prima moglie di Anderson, Sylvia, (nell’episodio “Ordeal” – uno dei migliori della serie – c’è una scena di party che è puro “Blow Up” dove a un certo punto, qui a 3’03”, si sente pure “Get Back” dei Beatles), al lucidissimo design dei veicoli e degli ambienti, fra i più innovativi in campo sci-fi, anche rispetto al tema della “trasformabilità” (è ad esempio risaputo, tra i fan, che la routine di lancio di Goldrake – e in particolare l’accesso di Daisuke al robot – era una deliberata citazione di Go Nagai della procedura di ingresso dei piloti negli Intercettori…). Per finire con il semplice ma sorprendentemente efficace impianto narrativo: in parte allusione alle paranoie da guerra fredda, in parte vulgata freudiana Sixties (le incursioni degli invasori dallo spazio profondo come le pulsioni dell’Es, l’organizzazione paramilitare SHADO come il super-io, il rigidissimo comandante Straker come la vera vittima della modernità che egli incarna e celebra: l’Uomo che è troppo spaventato – dal cambiamento epocale, dalle proprie stesse pulsioni – e dunque è condannato a dibattersi per l’eternità nel conflitto psichico con gli “invasori alieni”. Una missione, questa, che – era uno dei temi ricorrenti della serie – egli vive con una monomaniacalità quasi religiosa).

Oppure ancora con certi altri bizzarri, involontari addentellati di cultura pop: dalle parentele inaspettate (lo sapevate che una delle ragazze di Base luna è la sorella di Nick Drake, vero?) alla sospettissima somiglianza del comandante Straker con il personaggio di Marcello Mastroianni in “La decima vittima” di Elio Petri… Ecco, questa di “La decima vittima” è una delle domande che avrei proprio voluto fare, a Gerry Anderson. Non che non ci abbia provato – anni fa – a mettermi in contatto, ma non se ne fece nulla. Peccato. Lui si è risparmiato mezz’ora di commiserazione per il nerd venuto dall’Italia con troppe domande troppo inquietantemente specifiche; ma io, in realtà, avrei voluto dirgli solo una cosa: “grazie, mr. Anderson”… FANDERSON

“Younger readers might like to imagine their reaction were it announced that one of The Drums had been appointed chairman of the Courtauld Institute”

Recupero da un Guardian di qualche giorno fa la notizia che una delle/dei Talulah Gosh, la cantante Elizabeth Price, ha vinto l’edizione 2012 del prestigiosissimo Turner Prize. File under nostalgia canaglia e “Noi, i ragazzi del C86” (al cui riguardo: fa molto ridere ritrovarsi, 25 anni dopo, a parlare ancora – e con trasporto – di una generazione di gruppi che già allora, in tempo reale, nei tollerantissimi fine ’80, erano universalmente bollati come epifenomeni retrò di null’altra consistenza se non la loro stessa cuteness. Cuteness che noi si idolatrava, beninteso. Ma se tanto mi dà tanto, che si dovrà dire – allora, tra altri 25 anni – dei vari Ariel Pink e Toro Y Moi? Direttamente il Nobel per la Pace?).

Poi, ci fanno sapere i segugi del Guardian (per cui una oscura indie band di 25 anni fa non è meno degna d’indagine di un ministro fedifrago, e sarà ben anche questa la ragione per cui il Guardian è il migliore quotidiano del mondo), pure gli altri Talulah Gosh – che all’epoca vivevano, come tutti quelli del C86, in un fantastico mondo immaginario «…in which the Shirelles had been bigger than the Beatles and the Rolling Stones» – hanno fatto la loro strada: «In recent years, people have talked less about their music than the surviving members’ subsequent careers, which seem to underline just how far removed from the traditional notion of rock&roll Talulah Gosh were. Singer and guitarist Amelia Fletcher is now chief economist and director of mergers at the Office of Fair Trading. Guitarist Peter Momtchiloff is senior commissioning editor for philosophy at the Oxford University Press. Singer Eithne Farry is a literary critic. And now one of them has won the Turner prize». Wow. GUARDIAN

La tentazione, la tentazione (che non ne avete un’idea) di fare il gesto situazionista definitivo e suonare un pezzo a caso di Bertrand Cantat o dei Noir Désir. Visto che – come insegna Gabriel Byrne in “Secret State” – le cose che nascondi poi verranno comunque a chiederti il conto vent’anni dopo, quindi tanto vale dirle subito, io ve lo dico subito: ieri sera ho suonato i dischi nella terza (e momentaneamente ultima) replica dello spettacolo di Serena Dandini contro-la-violenza-sulle-donne, “Ferite a morte”. Al Teatro della Corte di Genova. A dire il vero il mio è stato uno stand-in al posto del dj ufficiale dello show, il mio antico socio di radio Luca de Gennaro.Qual era il compito del dj nello show? In pratica, introdurre con dei brevi stacchetti di 45 secondi circa gli ingressi in scena delle varie attrici che leggevano i loro interventi, Ma la parte divertente era che – a parte alcuni stacchetti già predefiniti e concordati – sugli altri c’era ampio margine di scelta e improvvisazione, e dunque ci si è infilato – tra il resto – la versione di Billie Ray Martin di “Persuasion” dei Throbbing Gristle (i cinque euri di SIAE a Genesis P Orridge erano un pensiero che m’ha fatto addormentare felice), “Cupid Come” dei MBV rifatta da Aroah, l’edit di Les Edits Du Golem di “Nisyan” di Ahmed Fakroun. Qui di seguito – a memoria futura – riporto invece la selezione di warm-up, eseguita mentre il pubblico entrava e prendeva posto. (Sì, Ike Turner. No, non ce l’ho fatta a non essere situazionista almeno un po’…). FERITE A MORTE

Radiohead: Planet Telex (Depth Charge remix)
Pulp: This Is Hardcore
John Lennon: How Do You Sleep? (Reflex edit)
Neü!: Dänzing
Arcade Fire: Sprawl II (Tommie Sunshine remix)
Django Django: Default (Tom Furse remix)
Alan Hawkshaw: Beat Me Till I’m Blue
David Holmes: Fender Roads
Brian Auger and The Trinity: Tiger
The Meters: Handclapping Song
Black Ivory: I Keep Asking You Questions
Ike Turner: Getting Nasty
Jurassic 5: Concrete Schoolyard
Donald Byrd: Feels So Good (Special Disco Version edit)
Marvin Gaye: I Heard It Through the Grapevine (Marc Rapson edit)

La tentazione, la tentazione (che non ne avete un’idea) di fare il gesto situazionista definitivo e suonare un pezzo a caso di Bertrand Cantat o dei Noir Désir. Visto che – come insegna Gabriel Byrne in “Secret State” – le cose che nascondi poi verranno comunque a chiederti il conto vent’anni dopo, quindi tanto vale dirle subito, io ve lo dico subito: ieri sera ho suonato i dischi nella terza (e momentaneamente ultima) replica dello spettacolo di Serena Dandini contro-la-violenza-sulle-donne, “Ferite a morte”. Al Teatro della Corte di Genova. A dire il vero il mio è stato uno stand-in al posto del dj ufficiale dello show, il mio antico socio di radio Luca de Gennaro.

Qual era il compito del dj nello show? In pratica, introdurre con dei brevi stacchetti di 45 secondi circa gli ingressi in scena delle varie attrici che leggevano i loro interventi, Ma la parte divertente era che – a parte alcuni stacchetti già predefiniti e concordati – sugli altri c’era ampio margine di scelta e improvvisazione, e dunque ci si è infilato – tra il resto – la versione di Billie Ray Martin di “Persuasion” dei Throbbing Gristle (i cinque euri di SIAE a Genesis P Orridge erano un pensiero che m’ha fatto addormentare felice), “Cupid Come” dei MBV rifatta da Aroah, l’edit di Les Edits Du Golem di “Nisyan” di Ahmed Fakroun. Qui di seguito – a memoria futura – riporto invece la selezione di warm-up, eseguita mentre il pubblico entrava e prendeva posto. (Sì, Ike Turner. No, non ce l’ho fatta a non essere situazionista almeno un po’…). FERITE A MORTE

  • Radiohead: Planet Telex (Depth Charge remix)
  • Pulp: This Is Hardcore
  • John Lennon: How Do You Sleep? (Reflex edit)
  • Neü!: Dänzing
  • Arcade Fire: Sprawl II (Tommie Sunshine remix)
  • Django Django: Default (Tom Furse remix)
  • Alan Hawkshaw: Beat Me Till I’m Blue
  • David Holmes: Fender Roads
  • Brian Auger and The Trinity: Tiger
  • The Meters: Handclapping Song
  • Black Ivory: I Keep Asking You Questions
  • Ike Turner: Getting Nasty
  • Jurassic 5: Concrete Schoolyard
  • Donald Byrd: Feels So Good (Special Disco Version edit)
  • Marvin Gaye: I Heard It Through the Grapevine (Marc Rapson edit)

New York è, effettivamente, “verrry hot”. Un grazie ai numerosi amici (fra gli altri Dj Rocca, Matte_ e Olli) solertemente accorsi in soccorso alla mia pippaggine – vedi post precedente – sbrogliando il mistero della traccia finale del set di Tim Sweeney al Boiler Room: era “Take the Country to N.Y. City” di Hamilton Bohannon, e sì, col famoso senno del poi, forse non è che ci volesse tutta ’sta scienza per decodificarla… (come dice Matte_: «drop Shazam and get Soundhound») BOHANNON

Rivederlo tutto daccapo per la terza volta oppure skippare direttamente agli epici cinque minuti finali con “New York is verrry hot!”? Definirlo “un epico set” parrebbe un eccesso di zelo, visto che di epico ha ben poco. Diciamo che la categoria è più “suono due dischi per gli amici in visita a casa”, eppure il dj set di Tim Sweeney giovedì scorso al Boiler Room di Londra (lo stanzino cablato e supersegreto in cui anche Thom Yorke un anno fa etc etc) è un capolavoro di oscurità amichevole: io – che ovviamente non faccio testo perché sono una pippa ignorante – ho riconosciuto solo “Tri Tra Trullallà” di Joachim Witt, mentre pagherei dei soldi perché qualcuno mi dicesse cos è quella specie di versione deep-trip dei Velvet Underground su cui a 24 minuti Sweeney ha scratchato “Chewy Chewy” degli Ohio Express (tipo Cage & Aviary? boh). Ma, se è per quello, a distanza di dieci anni da quando la campionarono i Tutto Matto (e uno da quando la ri-campionarono Dimitri from Paris e Dj Rocca) permane il mistero di cosa sia il pezzo soul originale il cui ritornello dice “New York is verrry hot!”. BOILER ROOM

The only thing worse than empty loops, is suspenders with a belt. The sign of a terrible pessimist. Glenn O’Brien, su GQ Usa di novembre

La vita dopo J.R. È vero, c’erano le primarie, ma a me ha lo stesso parecchio stupito come la morte di Larry Hagman sia passata praticamente inosservata e incommentata su Facebook – tra i miei contatti, ok, che però in passato e in occasione di altre morti pop s’erano mostrati assai sensibili e propensi allo straccio delle vesti. Tanto più che, come ha puntualmente scritto anche Gregorio Paolini nel suo strepitoso obituary, per lo spettatore italiano la morte di J.R. proprio in questo momento storico è una coincidenza piuttosto bizzarra, per non dire sinistra, visto che avviene nel momento in cui S.B. – che proprio di “Dallas” fece uno degli asset della propria personale conquista dell’italia (una della intuizioni più lucide della sua carriera di imprenditore, va detto) – sta cedendo alla propria obsolescenza, e Mediaset segna il primo bilancio in rosso della propria esistenza.
Comunque, non so che dire, a me Larry Hagman è sempre stato simpatico, e il suo ritorno nei panni di un J.R. titanico e depresso – la scorsa primavera nel pilota di “Dallas 2.0” – è per quanto mi riguarda uno dei migliori, più perfetti e precisi “dunque, dove eravamo rimasti?” ever. Al cui proposito, questa zaurrissima, moroderiana versione “disco” della sigla di “Dallas” volevo postarla allora, poi è rimasta nei draft della pigrizia. Che risuoni dunque adesso, per l’estremo saluto a Larry… LARRY HAGMAN

Dopo un breve dubbio se invece postare “Election Day” degli Arcadia. Ovvero il classico neo-evidentista favorito da questo Tumblr per quando si va a votare, puntualmente riascoltato anche stamattina (ma ci cantava anche Grace Jones? giuro che avevo rimosso). Ma ecco, invece, la più filologica “Primary” dei Cure. PRIMARIE

La quadratura del cerchio applicata alle primarie del PD

Votare Bersani sperando che vinca Renzi. Ad averci pensato prima, i tormenti e le incertezze che ci si sarebbero risparmiati. PRIMARIE

Poi stupitevi quando dico che “Mixmag” è il migliore giornale di musica in circolazione

«For sync buttons, this is a glorious moment for their long persecuted kind. Forced for years to be degraded in the cyber ghetto of Virtual DJ, taken in under the guise of “necessary for production” from Ableton Live, before finally being accepted into the Promised Land of Traktor, they now make their first steps out in the hotly-disputed and highly politicised territory of the cdj.
The reaction of the word of djs to this discovery was not dissimilar to the reaction of men to Viagra: most declared they never needed it and never will. Meanwhile, some of the others placed orders, mumbling that even te best of us occasionally get performance anxiety». MIXMAG

I piani B (B come Belgio) che uno non sapeva di avere. La Donna di Prestigio in viaggio nei Paesi Bassi, mi ha inviato dai dintorni di Bruxelles questa foto che mi ha fatto intravedere la mossa antimanuelfantonica definitiva: inventarsi una doppia vita da ristoratore senza pretese nell’operoso comune di Ixelles… (Tra l’altro deve aver appena aperto: su street view di Google Maps non c’era ancora. Fategli un saluto e tanti in bocca al lupo, se siete in zona: sta al 137 di Rue du Trône). IXELLES

I piani B (B come Belgio) che uno non sapeva di avere. La Donna di Prestigio in viaggio nei Paesi Bassi, mi ha inviato dai dintorni di Bruxelles questa foto che mi ha fatto intravedere la mossa antimanuelfantonica definitiva: inventarsi una doppia vita da ristoratore senza pretese nell’operoso comune di Ixelles… (Tra l’altro deve aver appena aperto: su street view di Google Maps non c’era ancora. Fategli un saluto e tanti in bocca al lupo, se siete in zona: sta al 137 di Rue du Trône). IXELLES

All My Friends. Era abbastanza strano ieri, su Instagam, perché sembrava che la metà delle persone che seguo e conosco avessero ricevuto il dvd da Amazon lo stesso giorno. Ok, adesso esagero, ma tre persone – con me facevano quattro – forse comincia ad essere un campione statistico vagamente significativo, sia pure calcolato solo sulla base delle persone che seguo su Instagram. (Pure statisticamente significativo il fatto che tutti quanti come prima cosa si sia postato uno scatto della copertina o del dvd in play sullo schermo del computer. “Where are your friends tonight…”, per davvero…). (E comunque: sì. Il dvd è pazzescamente jamesmurphico, esattamente come uno se lo immagina. Peccato – o per fortuna – che adesso ci tocca pure la strenna natalizia). SHUT UP AND PLAY THE HITS

All My Friends. Era abbastanza strano ieri, su Instagam, perché sembrava che la metà delle persone che seguo e conosco avessero ricevuto il dvd da Amazon lo stesso giorno. Ok, adesso esagero, ma tre persone – con me facevano quattro – forse comincia ad essere un campione statistico vagamente significativo, sia pure calcolato solo sulla base delle persone che seguo su Instagram. (Pure statisticamente significativo il fatto che tutti quanti come prima cosa si sia postato uno scatto della copertina o del dvd in play sullo schermo del computer. “Where are your friends tonight…”, per davvero…). (E comunque: sì. Il dvd è pazzescamente jamesmurphico, esattamente come uno se lo immagina. Peccato – o per fortuna – che adesso ci tocca pure la strenna natalizia). SHUT UP AND PLAY THE HITS

And if a double decker bus… Via Ted Disbanded, la cosa più twee che potrà mai capitarvi di vedere (e sentire) in questo weekend: una pubblicità “socialmente utile” commissionata dalla Rete metropolitana di Melbourne per sensibilzzare gli utenti sui rischi di “stare troppo vicino ai binari quando passa un treno”… (sì, ok, ok: sò antipodiani, dai). Come spiega la apposita pagina illustrativa, «Most people are able to recognize for themselves that trains are big, fast, and not to be messed with»: questo video si rivolge evidentemente agli altri. Cercando di convincerli con una kawaiissima canzoncina che sembra uscita da una b-side dei Taken By Trees, e un cartoon splatterissimo e assai debitore agli Happy Tree Friends, ma – come si è detto – sò antipodianiMELBOURNE METRO

Nuovi edifici che crollano. Molto farà la location (gli ex forni del pane della caserma XXIV Maggio a Milano: l’effetto mattatoio lascia parecchio turbati), ma “Rubble and Revelation” di Cyprien Gaillard è un pugno nello stomaco piuttosto potente. Tra minuziosi collage geometrici di polaroid di viaggio, questo inquietante video di un tuffo finito male (con sullo sfondo una costruzione architettonica che pare uscita da “La minaccia fantasma”) e i filmini 35mm «where the artist sets off industrial fire extinguishers in carefully chosen landscapes», ciò che però volevo segnalare è invece il video che vedete qui sopra. Che su grande schermo – dentro il forno/mattatoio, con la musica delle sfere celesti a palla – ha un effetto assai “Melancholia” di Lars von Trier (con chi guarda nel ruolo di Kirsten Dunst). Da breve indagine una volta tornato a casa, poi, vien fuori che il palazzo in questione è in effetti un classico caso studio dell’architettura moderna.

(PS: Involontaria installazione nell’installazione. La pellicola oscurante posizionata sulle finestre: che come previsto non lascia entrare la luce, ma permette comunque di guardare fuori, allo spiazzo della caserma coperto di foglie autunnali e soldatini che fumano, come fosse una lastra fotografica trattata con un solvente…) RUBBLE AND REVELATION

La lingua dei Rolling Stones 19 anni prima della lingua dei Rolling Stones! “Concetto spaziale” di Lucio Fontana (1952), fotografato oggi pomeriggio alla mostra “Cantiere del ’900” a Milano. CANTIERE DEL ’900

La lingua dei Rolling Stones 19 anni prima della lingua dei Rolling Stones! “Concetto spaziale” di Lucio Fontana (1952), fotografato oggi pomeriggio alla mostra “Cantiere del ’900” a Milano. CANTIERE DEL ’900