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There are some very, very stylish homeless people, because they’re not constricted by fashion. Dj Harvey, vd. post precedente… NY TIMES
I like to dress well for the airport. It’s kind of a little sort of fashion show in itself. I like to carry a Birkin bag because you get instantly upgraded if the girl at the counter knows what it is. Dj Harvey è un genio. Pura arte di saper vivere. Poi a noi vien più facile sviluppare il nostro Weatherall interiore perché siamo nati e cresciuti in città piovose, ma qui c’è del genio, fidatevi. NY TIMES
“Hey, Eno, leave the kids alone!”. Le “strategie oblique” di Brian Eno: da sempre, il “buongiorno mondo!” (inteso come: foto di bambini paffuti e albe dorate che certe zie postano su Facebook al mattino appena sveglie) di chi si vuole molto, molto male. OBLIQUE STRATEGIES
“Hey, Eno, leave the kids alone!”. Le “strategie oblique” di Brian Eno: da sempre, il “buongiorno mondo!” (inteso come: foto di bambini paffuti e albe dorate che certe zie postano su Facebook al mattino appena sveglie) di chi si vuole molto, molto male. OBLIQUE STRATEGIES
In 1994 a Wired writer noticed that mcdonalds.com was still unclaimed, so with our encouragement he registered it, and then tried to give it to McDonalds, but their cluelessness about the internet was so hilarious it became a Wired story. Shortly before that I noticed that abc.com was not claimed so when I gave a consulting presentation to the top-floor ABC executives about the future of digital I told them that they should get their smartest geek down in the basement to register their own domain name. They didn’t. Premessa a un ragionamento molto “inspirational” su come oggi non solo non sia “tardi” per inventarsi cose su Internet, ma sia anzi un momento quasi paragonabile al 1994. KEVIN KELLY
“Muscle” by Gwilym Gold (HYMN, 2014). “(…) Fittingly, the seeds of the music that would become “Muscle” were sown with Gold and Peake working together for the White Cube exhibition “Adjective Machine Gun”. Eight hours a day, four days a week for six weeks straight last year, Gold would sit at a piano in the gallery improvising a soundtrack to Peake’s work with five dancers for a piece entitled “Infinite Disparity”. Like some fast-tracking of Malcolm Gladwell’s fabled 10,000 hour rule of greatness, from this mammoth 200-hour extemporisation came forth the tender and strange beauty that is Muscle. As with previous collaborations, Gold has created the music and Peake the visuals, including all of the single artwork and its forthcoming video”. GWILYM GOLD
“Le déjeuner sur rave”, come si diceva. Per amore d’archiviazione, un paio di istantanee dall’evento #IF0 di sabato scorso a Parma (poco fuori Parma, in realtà). Dall’alto verso il basso e da sinistra verso destra: 1) il granaio dove è stata spostata la location a causa della pioggia; 2) la location originaria, fuori dal granaio; 3) il prode Alex Willner aka The Field, poco prima del soundcheck, mentre brinda con una coppa di champagne del brand locale Capagio; 4) il cane di casa; 5) il proprietario di questo tumblr alle prese con il primo disco (credo fosse “California Soul” di Marlena Shaw); 6) la giacca del proprietario di questo tumblr, pochi minuti dopo; 7) The Field in full effect, qualche ora più tardi; 8) gente che balla i dischi di Dj Rocca nel fienile, molto più tardi. Un saluto anche a quelli che non sono in queste foto, ovvero Alessandro Talker e Faulty Kru. E sì, ci siamo molto divertiti tutti quanti… #IF0
Tipi da spiaggia 2.3. Venus on the beach, sul “New Yorker”. THE NEW YORKER
Tipi da spiaggia 2.3. Venus on the beach, sul “New Yorker”. THE NEW YORKER
Sunday morning newsagent. Messaggerie Musicali: Milano, corso Vittorio Emanuele. On display: Hypebeast (best sports-related title ever; magazine extension of “The leading online destination for men’s contemporary fashion and streetwear”), Riot of Perfume (“A limited-edition NYC-based biannual arts and culture magazine that features contemporary fashion, criticism, art, music, creative writing, and photography. The title is taken from the poem Matinée d’ivresse by the French symbolist poet Arthur Rimbaud”), Noi.se (“A magazine which debunks the beauty mantras and celebrity obsession of so many fashion magazines”), Paper (“NYC: on the front lines of cultural chaos since 1984”), Apartamento (“An everyday life interiors magazine”). MESSAGGERIE MUSICALI
Sunday morning mixtape. Un mixtape fatto solo di canzoni di Demis Roussos: edit, stranezze, eccetera. L’hanno fatto i matti di 20 Jazz Funk Greats, e l’ha ripreso AOR. Sì, c’è anche l’edit di “I Dig You” di Todd Terje (è tipo il secondo o il terzo pezzo). E c’è anche Vangelis. AOR DISCO
I Pet Shop Boys erano a Milano ospiti di una radio, e dopo le registrazioni, il cantante è andato al negozio dell’Avirex a comprare una giacca, senza sapere che fosse una giacca paninara. La sera stessa, con indosso quella giacca, va in un locale e iniziano a urlargli: “Paninaro di merda!” A quel punto si fa spiegare cosa sono i Paninari e ne viene fuori la canzone. VICE
“Splash” by Benoit & Sergio (Visionquest, 2014). Con mia grande sorpresa (io ’sti due non li ho mai amati tanto, lo confesso) uno dei singoli dell‘estate. Forse addirittura – grazie a quel tamburo anniottanta industrial e gommoso – “il” singolo ballabile dell’estate. BENOIT & SERGIO
Quelle cose che solo in Emilia. MIglior titolo di una serata tipo di sempre. E ci suona anche PeeDoo. E probabilmente si mangia pure bene: cosa si potrà volere di più?!? No, sul serio. DA TUA NONNA

(Già: sarebbe quasi da restare in zona, dopo la serata di sabato a Parma…)

Quelle cose che solo in Emilia. MIglior titolo di una serata tipo di sempre. E ci suona anche PeeDoo. E probabilmente si mangia pure bene: cosa si potrà volere di più?!? No, sul serio. DA TUA NONNA

(Già: sarebbe quasi da restare in zona, dopo la serata di sabato a Parma…)

“Tv series are the new Tinder”: 10 serie tv recenti di cui è bastato il pilota per decidere di passare ad altro

Come (incredibilmente) si sapeva anche quando Tinder era ancora solo un ammasso di bit che fluttuava tra gli angeli, la prima impressione – specie se molto negativa – è in genere quella giusta. Così come si conosceva quella regola per cui la natura di qualsiasi relazione si gioca tutta nei tre minuti immediatamente successivi il primo incontro. La regola, pare, vale anche per le serie tivù. Ed eccovi quindi il resoconto di dieci primi appuntamenti con altrettanti titoli recenti e semi-recenti cui si è data una chance. Pentendosene subito dopo il terzo minuto, ovvio: ma ormai si era lì, il ristorante era prenotato, il vino ordinato, etc etc etc… TV SERIES

  1. Extant. Halle Berry, astronauta, rientra da una missione in solitaria di un anno nello spazio scoprendosi incinta. La rivelazione trasforma immediatamente il resto della puntata in una spece di videoappello de l’Unità, con lei che non la smette di toccarsi la pancia e fare facce di circostanza. Completano il quadro il fantasma dell’ex-marito morto, e un figlio-robot che cancella definitivamente qualsiasi velleità drama spostando il tutto in territori “Super Vicki” (e sì, sarebbe stato fantastico se gli sceneggiatori avessero chiesto a Billy Corgan un cameo, tanto per il LOL).

  2. The Leftovers. C’è un black out collettivo di cui nulla si sa (ne si saprà, dicono quelli che hanno letto il libro) durante il quale il 2% della popolazione mondiale scompare nel nulla. Puf. Quelli rimasti mettono in scena una gigantesca pantomima NYC post-9/11: rabbia cieca, sensi di colpa, vuoto incolmabile, gente vestita di bianco (una setta di adoratori del Carlo Massarini di “Mister Fantasy”) che fa voto del silenzio e fuma. E improvvisamente “Under the Dome” sembra “The Wire”.

  3. Suits. Ok, è in onda dal 2011, in teoria dentro questa lista non dovrebbe starci. Ma la nuova stagione è talmente, profondamente, verticalmente peggiore delle tre precedenti che sembra quasi una cosa nuova. Da “Batman & Robin goes legal drama” a “Sex and the City the movie/2”: poi un giorno ci spiegheranno come hanno fatto, perché per mandare così in vacca una serie ci vuole del talento.

  4. Salem. Uno legge il titolo e immagina che “True Detective” abbia aperto un filone noir esistenziale ispirato in egual misura a Nick Cave e New Orleans: poi scopre che il filone cui si rifà “Salem” è quello aperto da “Elisa di Rivombrosa”.

  5. Murder is the First. La cosa interessante – per 20 secondi – di questo ennesimo clone annacquato di “The Killing”, è che il presunto colpevole è una specie di versione fatta coi Lego del Mark Zuckerberg di Aaron Sorkin. Gli sceneggiatori probabilmente sono convinti di aver firmato “la risposta televisiva a The Social Network”. Beati loro.

  6. Taxi Brooklyn. Vabbé, ci fate sperare (o meglio: gonzi noi che c’eravamo illusi) in un reboot della mestissima sit-com anni ’70 con Judd Hirsch e Danny DeVito, per poi scodellarci l’ennesima investigativa con poliziotto buono/poliziotta cattiva (in questo caso: “tassinaro buono” al posto di poliziotto buono)? Ulteriore minus: l’evidente compiaciuta convinzione degli sceneggiatori di aver realizzato “lo Starsky & Hutch della loro generazione”. Seh, certo.

  7. Black Box. Esattamente come quando, dopo l’uscita degli Strokes, la morente discografia major si mise a firmare qualsiasi gruppo di cialtroni bohémienne colle giacchine di pelle, qui siamo di fronte al disperato tentativo di capitalizzare sul sabbatico (fino al prossimo gennaio, pare) della biondina bipolare di “Homeland”. Con la sua versione in cartongesso. E sorvoliamo pure su certe imbarazzanti gomitate a “In Treatment”.

  8. Those Who Kill. Idem come sopra: con l’aggravante di voler rifare a forza “The Killing” (ma và?) calcando ancor più la mano sulle ossessioni edipiche. Va però riconosciuto che, come biondina bipolare, Chloë Sevigny è persino meglio di Claire Danes.

  9. The Strain. Quello che Guillermo del Toro sognava: “Dracula di Bram Stoker meets Cassandra Crossing con le atmosfere di Rosemary’s Baby!”. Quello che invece gli è uscito: “Snakes on a Plane coi vampiri al posto dei serpenti” (no spoiler, viene tutto fuori nei primi due minuti). Zombie ritornanti; ebrei sfuggiti ai campi di concentramento; dottoresse nerd; drammone familiare con bimbo conteso che messaggia il babbo quando c’è un calo di tensione nella sceneggiatura; colpo di teatro in stile “triller de maicolgecson” che chiude la puntata… No, direi che non manca nulla. Robottoni di “Pacific Rim”, tornate, tutto è perdonato.

  10. Matador. I primi 10 minuti del pilota sono strepitosi. Stre-pi-to-si. Non foss’altro per i Cramps (“Human Fly”) che partono a tradimento a 7’12”. Non foss’altro che per gli ammazzamenti a colpi di accetta, il gore-gore-gore senza pietismi, la raza ispanica. Ma anche dopo, dai. Ce la fa pure quando minaccia di trasformarsi pure questo in “The Killing”… (la poliziotta biondina? il poliziotto trip-hop?!?). Ce la fa con la forza della stupidera, quando serve: la stupidera orgogliosa (che è diversa dalla stupidera sussiegosa scopa-nel-culo di “The Strain”, per dire). E quando al 20esimo minuto ti tirano fuori una trama di calciatori che manco Paolo Roberto Cotechiño, è ormai troppo tardi per andarsene. Ma il pilota l’ha diretto Robert Rodríguez, cazzarola: la serie non potrà mai essere all’altezza. Anche perché, se c’è una cosa che Tinder ci ha insegnato, è la sfiducia (e l’orrore) verso l’umanità tutta intera, in blocco. Vi meritate “The Strain”. Ci meritiamo “Extant”. Fine.