La vita è troppo breve per costringersi a terminare libri che – ancorché premi Pulitzer (e ho detto Pulitzer, mica bancherella) – nelle prime 107 pagine non sono riusciti a farsi non dico amare, ma nemmeno rendersi un po’ interessanti. (Guarda, Jennifer, bastava pochissimo: ero più che bendisposto)
Ragion per cui: vendesi copia di “Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan (Minimum Fax, 2011), nuovissima, monoproprietario, acquistata oggi pomeriggio alla Fnac. (Avete presente quella sensazione per cui i personaggi di un libro ti stanno dal primo istante tutti indistintamente antipatici? Al punto che speri che all’inizio del secondo capitolo venga qualche tempesta di ghiaccio che li spazzi via tutti e si ricominci da capo? E invece non solo quelli non muoiono, ma ne arrivano sempre di nuovi e sempre più antipatici? E lo stile è così consapevolmente “corso di creative writing” e “dio, come sono generazionale” – che è la stessa croce che molti miei conoscenti gettano addosso a Franzen quando lo vedono passare, ok, però parliamone, dell’abisso che li divide – che è quasi come quando in un film vedi il classico blooper del microfono che entra in campo? Ecco). MINIMUM FAX