Ti distrai un attimo, e dagli anni del riposìno (pomeridiano) sei già passato agli anni del ripòsino (in pace)
Io ancora non ho capito se veramente il 2011 sia stato un anno un po’ così – in termini anche solo banalmente numerici, di gente che significava qualcosa che ci ha lasciato per sempre – se questo non sia invece una sorta di meme cui si è cominciato a credere a forza di dircelo tra noi vedovelle sicule dei social media («hai visto? pure Bon Jovi!»), o se al contrario sia stato un anno assolutamente nella media, non fosse che siamo noi (vedovelle, ibidem) ad aver iniziato a proiettare sul telone bianco della storia il nostro sentirci sempre più prossimi a esser spiga sotto la falce del tristo mietitore.
Questo almeno pensavo fino allo scorso weekend, quando mi è capitato sotto il naso lo “speciale morti” dell’Observer, anche riassumibile come: “The best 2011 obituaries… ever!”. Lì capivi che, quando l’obituary diventa addirittura genere da antologizzare a fine anno, forse il fenomeno assume rilievo statistico. Sull’Observer ce n’era per tutti i gusti (incluso Boy George su Poly Styrene), ma il più tenero – ancorché in qualche modo “già letto”, nei mesi passati, essendo stato l’estensore promosso more uxorio “vedovo inconsolabile” – era Mark Ronson su Amy Imbriacona. Lo trovate qui, ma ne pesco un passaggio a caso:
I introduced her to the TV show Arrested Development and we’d watch seven episodes in a row and she’d impersonate the bumbling character Gob, while whirring around her hospital room on an imaginary Segway (you know, that weird space-scooter that all grown-ups look ridiculous on). I’d mention in passing that I had a problem with my foot and she would ring a bell and demand a visit from the clinic’s head of podiatry, and, embarrassed, I would remove my sock and show him my three-year-old verruca.Ecco, ci ripensavo oggi – a quello che evidentemente è ormai un genere letterario dentro il genere letterario degli obituaries: quello della “visita in ospedale” – mentre leggevo su Repubblica l’addio di Ian McEwan a C.H. E pensavo anche a quanto i giorni passati ho irriso come mammolette sceme i miei numerosi conoscenti in lutto («Cazzo, se fai così per Hitch cosa fai quando muore Michael Stipe? fai una pira in giardino e ti dai fuoco?»), ma più leggevo McEwan – io seduto dentro un inespressivo vagone della linea verde, lui ai piedi del letto d’ospedale di C.H. – più sentivo farsi strada in me qualcosa di simile alla (sigh) commozione. Ed è sicuramente vero che di fronte alla morte siamo tutti uguali e bellissimi, però ad alcuni essere uguali e bellissimi gli riesce particolarmente bene. Anche da morenti. (Al link qui, cercate: “Lo scrittore che aveva fede soltanto nei libri”). REPUBBLICA