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E fra l’altro, colgo l’occasione per dirti che ho sempre pensato che “Take The Skinheads Bowling” fosse un disco demmerda

Ben venga il dibattito su quali potranno essere i modelli sostenibili dell’economia dell’industria discografica negli anni a venire – dato per assodato che la grande abbuffata megauploadiana non è (né deve essere spacciata per) un modello sostenibile, certo, ma anche accettando con molto realismo il fatto che indietro non si torna, che un pubblico (specie quello giovane) cresciuto nella disponibilità immediata e semigratuita di tutto non si metterà MAI a comprare cd (e probabilmente neanche file di iTunes), e di certo non lo convincerai con discorsi moralisti o strappalacrime.

Ben venga il dibattito, quindi, nel cui solco sembra entrare anche la lenzuolata (segnalata oggi da Polaroid) in forma di lettera aperta scritta da David Lowery dei Camper Van Beethoven. Non fosse che: ok, il buonsenso, il richiamo alle responsabilità. Tutti d’accordo, certo. Poi però Lowery fa una cosa che dimostra – se ancora ce ne fosse bisogno – perché la vecchia generazione (la mia, peraltro: I was there quando i Camper Van Beethoven facevano dischi che a me son sempre sembrati di una autoreferenzialità che sfiorava l’assoluto) è destinata a perdere la guerra. Che fa Lowry? Cita due suoi amici: Mark Linkous (degli Sparklehorse) e Vic Chestnutt. Entrambi morti suicida tra il 2009 e il 2010. E Lowry non lo dice chiaramente, ma butta lì, tra le righe, che è stata la crisi economica del settore musicale, la principale causa del loro suicidio. E a cosa è dovuta la crisi economica nel settore musicale? Al download, certo, mica al fatto che c’è un’economia planetaria – immobiliare, di strumenti finanziari, di sistemi bancari – che ha scoperto il proprio stato di junkie terminale. Mica al fatto che la gente non ha più soldi da spendere in dischi degli Sparklehorse. (Sì, ce li ha da spendere in laptop e telefonini coi quali scaricare illegalmente i dischi degli Sparklehorse, è vero. È un paradosso, ma è meglio che ti abitui. La porta di accesso vince su ciò che c’è dietro la porta. Benvenuto nel 2012, Lowry).

Dopodiché, riprende pure un grande classico degli spottoni tv della SIAE di casa nostra, quello del: “non rubbberesti mai un divvudì, pecché allora scarichi lammusica?”. Davvero è così difficile capire che siamo di fronte a un problema di mutati comportamenti in cui la morale c’entra poco o nulla? Quello della sostenibilità del mercato della musica è un problema serio, ed è sempre sano provare ad affrontarlo seriamente, fosse anche solo come esercizio retorico. Non però, per favore, da idioti che non hanno remore nemmeno a usare i morti («Ero lì, mentre lo caricavano sull’ambulanza!»: maddai, su, contegno) per dimostrare la loro tesi. THE TRICHORDIST