Cacca su Williamsburg (e altre streamline baby kolor karamella)
«Non per immischiarmi in cose che non mi riguardano, ma forse “recensione“ non è la definizione più adatta» «Ti ringrazio: anch’io ero segretamente convinto che “opera letteraria contemporanea” fosse più calzante» «No, a dire la verità, pensavo più a una cosa tipo: “regolamento di conti all’interno della sinistra”, come direbbe il tuo PresDelCons» «Perchè spaletto un po’ di cacca sopra Williamsburg? Guarda che Williamsburg è la più grossa allucinazione collettiva dai tempi della “scena di Louisville©”» «Non è quello. È che… è una recensione lamentosa e antipatica, e soprattutto pare scritta da un povero vecchio… ops, scusa» «Prego, ma ti sfugge il delicato lavoro semantico. Quel che ho fatto è stato riprendere il discorso da dove James Murphy lo aveva interrotto in “Losing My Edge”, quando parlava di: “art-school Brooklynites in little jackets and borrowed nostalgia for the unremembered eighties”» «Dimmi che non stiamo per aprire il dibattito sulla differenza tra “critica costruttiva” e “killeraggio mediatico”». «Uh, perchè, non sono sinonimi?» «Appunto: credevo d’essere uscita con Lester Bangs e mi ritrovo Vittorio Feltri» «A parte che Feltri si veste molto meglio di Bangs, pensa a me come al Tom Wolfe della scena post-indie-rave, ti sarà tutto più chiaro» «È lo stesso se invece ti penso come il Filippo Facci della generazione-spilletta?» «Pfui. Quando giovedì prossimo citofonerai che Annozero a casa tua non si vede perchè Rai2 ha fatto lo switch al digitale, io sarò occupatissimo». ROLLING STONE